In un giorno complesso umanamente e personalmente, mi sveglio che sono le 6, dicendo a mio figlio “Oggi niente scuola”. Non c’è ancora il sole, che già devo spiegargli che cosa significa la guerra.
In un giorno che inizia troppo presto, mi siedo a tavola con una pila di buste gialle e il caffè. Io non bevo caffè. O, almeno, non lo bevevo. Suppongo di avere iniziato per sopravvivenza, e -ad oggi- credo di assumerne una quantità tale che potrei alimentare la centrale elettrica di Milano.
Dentro un giorno in cui è consigliato non parlare per manifestare, guardo questa serie di lettere gialle e ci vedo un progetto.
“Raccomandata dal padre”.
Indubbiamente, non credo lo capirai, ma -qualunque sia l’interpretazione che gli darai- posso dirti che sarà comunque corretta.
Spiego la guerra ai miei figli come mamma Montessoriana.
Carmen fa un disco siciliano di storia e verità.
Vedo i miei figli non capire, gli dico le cose per come le ho dovute imparare.
“Amore, nella vita esiste il bene ed esiste il male.
Così tutti stanno bene e tutti stanno male.
E tutti scelgono cosa ci vogliono fare, con tutto questo bene e tutto questo male.
Tu ancora sai solo il bene.
E mamma è qui per non fartelo scordare.”

Dal Diario | 28 dicembre 2024
Sto troppo male. Troppo male.
Non voglio fare niente.
Non faccio niente, sto solo male.
Sento un male così forte che vorrei mi spegnessero il volume.
Mi chiudo dentro un armadio e aspetto. Che spengano la luce, il giorno, e la vita intera.
Mi sdraio per terra.
Sto così male che non posso nemmeno svenire.
Non mi ricordo da quanto sto piangendo, perdo litri di lacrime.
Sono di nuovo le cinque, pure senza controllare.
Lo so perché ho sentito bussare.
Mi bussano da dentro, spalancando una voragine che mi vuole risucchiare.
Cento mani che mi tirano da dentro.
Sono sul fondo del fondo del mare.
E penso che è lì che voglio stare, perché mi dicono che non posso morire.
E questa è la forma in cui si è manifestato il mio dolore.
Che forma è la tua?

Mi chiamo Ornella.
Sono una fotografa ma, soprattutto, una che “è troppo sensibile”.
E persone così quante ce ne sono.
Un giorno mi hanno chiesto
“Dove la mettiamo la tua sensibilità?” e io l’ho messa in una stanza.
Ero malata. Di depressione. Come i depressi sotto pressione. Quella di strati di cose non espresse. Un giorno che mi chiudevo in un armadio, mi parlavano di espressione.
“Questa cosa che senti, che sta sotto pressione, convertila in espressione”
Questa non è la migliore delle presentazioni, ma in un giorno in cui non ci viene da parlare, questa storia ha il senso di doverla dire.
Nell’abisso del male comune in cui siamo costretti a navigare, questa cosa la devi assolutamente sapere.
Tutta questa sensibilità, devi farla parlare.
Quel peso che ti causa dolore, stallo ad ascoltare.
Scegli un posto e mettici il tuo sentire.
Di tutto questo male, come di tutto il bene, scegli che cosa fare.
Perché le cose di cui non parli, ti vengono a mangiare.
I dolori che non nominiamo, ci vengono a cercare.
Puoi farci una foto.
Scrivere una lettera.
Strapparli in un foglio.
Metterli dentro ad una stanza.

“Se percepisci una tremenda bellezza, o un tremendo dolore, là dove altri vedono poco o niente, dovrai continuamente fare i conti con sentimenti molto forti. Emozioni che possono confonderti, o persino sopraffarti. Quando le persone intorno a te non vedono quello che vedi tu, non sentono quello che senti tu, potresti provare una sensazione di isolamento e un più profondo senso di non appartenenza, di estraneità.
Queste emozioni estreme, che sanno rivelarsi così potenti quando vengono espresse nell’atto creativo, sono quelle stesse nubi soffocanti e cupe che implorano di essere anestetizzate per permetterti di dormire, o di alzarti dal letto e affrontare la giornata ogni mattina. Sono una benedizione e, al tempo stesso, una maledizione.” – L’atto creativo: un modo di essere | Rick Rubin
Mi chiamo Ornella.
Sono una fotografa ma, soprattutto, sono una creativa.
Un giorno ero stanca, e ho iniziato a fare cose.
Tutte quelle cose oggi sono in questa stanza.
Lascia un commento